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Appena è stata salvata le è stato dato il nome Brianna. Prima di saltare giù dal camion che l’avrebbe inesorabilmente portata al macello non aveva un nome, era solamente un numero, una quantità di carne che avrebbe fruttato un guadagno.

Stiamo parlando di una mucca coraggiosa che, il 27 dicembre scorso, si è gettata dal trasporto su cui si trovava con altri 50 animali, diretto al mattatoio di Paterson, New Jersey (Stati Uniti).

Brianna, al momento dell’accaduto era incinta, ormai al termine della gravidanza. Per fortuna, quando si è gettata giù dal mezzo erano le 2.45 del mattino, un orario in cui il traffico della Route 80 era molto basso.

 

 

La polizia e gli agenti del controllo degli animali sono intervenuti immediatamente.

Quel gesto disperato ha fatto guadagnare a Brianna il diritto alla vita: la mucca è stata portata allo Skylands Animals Sanctuary and Rescue, un rifugio per animali salvati dall’allevamento intensivo e da situazioni di maltrattamento.

Un paio di giorni dopo la fuga ha dato alla vita suo figlio, Winter.

 

 

La vicenda  non è passata inosservata e potrebbe avere un riscontro che va ben oltre la storia di Brianna: John Decando, l’agente di controllo degli animali della città di Paterson, è rimasto particolarmente colpito da un tale istinto materno.

Ha deciso di scrivere una lettera ai legislatori chiedendo loro di presentare una normativa che renda illegale la macellazione di una mucca incinta, prevedendo che gli animali vengano sottoposti a test di gravidanza prima di essere inviati agli impianti di lavorazione della carne.

Cosa sarebbe stato del figlio di Brianna se sua madre non fosse scappata sulla Route 80? Difficile dirlo.

Generalmente i vitelli maschi vengono separati dalla madre e fatti ingrassare alcuni mesi prima della macellazione per ottenere la rinomata “carne bianca”.

In alcuni casi tuttavia non si ritiene conveniente l’investimento e vengono uccisi immediatamente. 

Purtroppo non tutti sanno che la vita per il resto delle mucche degli allevamenti intensivi è ben diversa.

In natura vivrebbero fino a 40 anni, mentre in allevamento vengono avviate al macello dopo soli 7/8 anni, ormai usurate e meno produttive.

Per produrre enormi quantità di latte destinate all’uomo, una mucca è costretta a partorire un vitello l’anno: allattamento e gravidanza coincidono durante la maggior parte dell’anno.

I maschi, invece, sono nella maggior parte dei casi inviati alle aziende per ingrassarli, prima con latte in polvere integrato, poi con farine proteiche e scarti di macellazione: una dieta mirata unicamente a ricavare un prodotto commerciabile.

Nelle stalle lo spazio è limitato rispetto alle naturali necessità degli animali. Spesso il numero degli addetti alla cura delle stalle non è sufficiente ad assicurarne una pulizia sufficiente: urina e feci accumulate sui pavimenti esalano grandi quantità di ammoniaca, che causa infiammazioni e problemi respiratori.

La storia di Brianna è un piccolo barlume di speranza. Il suo gesto può sollevare l’attenzione sull’industria del latte e sull’allevamento intensivo.

C’è ancora molto che possiamo fare per le sue compagne e ognuno di noi può fare la differenza.

Scegli vegan. Scegli la vita.