Non mangiamoci il pianeta

Gorgona-L’isola che c’è
maggio 28, 2018
eating animals
Eating Animals | Il documentario prodotto da Natalie Portman
luglio 31, 2018

Non mangiamoci il pianeta

Si torna nuovamente a parlare della foresta Amazzonica, della sua importanza per l’equilibrio ambientale globale e soprattutto della sua rapida e inarrestabile scomparsa.
Solo negli ultimi 20 anni è stata distrutta un’area di foresta grande il doppio rispetto al territorio della Germania. Circa l’80% della deforestazione è causato da allevamenti di bestiame e questa percentuale è aumentata del 29% solo nello scorso anno.
Tra le tante cause di questo fenomeno c’è senza dubbio l’esigenza di fare spazio alle coltivazioni di soia.

Le coltivazioni di soia per alimentare il bestiame

Il legume, un tempo conosciuto solo in Asia, oggi viene coltivato, per la maggior parte, come mangime animale. Pensiamo che circa il 70% della soia mondiale viene usata per alimentare il bestiame e solo il 6% di questa produzione è destinato all’alimentazione umana.
La produzione di soia è la principale responsabile della deforestazione in Amazzonia, insieme con l’espansione dei pascoli per il bestiame allevato, agli incendi, al disboscamento legale e illegale, alla costruzione di strade asfaltate e al degrado causato dai cambiamenti climatici in atto”, dichiara Eva Alessi, responsabile sostenibilità del Wwf.
Se fino a pochi anni fa l’area amazzonica era considerata inadatta, oggi grazie a selezioni colturali, la produzione è diventata conveniente anche in questi territori.

46 milioni di ettari di terreno solo per le coltivazioni di soia

La superficie dei terreni in Sud America dedicata alla soia è passata da 19 milioni di ettari nel 1990 a 46 milioni nel 2010.Ma non si parla solamente di soia. Insieme all’industria del legno, infatti, quella dell’olio di palma è la maggiore responsabile della deforestazione nel sud-est asiatico, in particolare Malesia ed Indonesia.
Tra il 1990 e il 2015 l’Indonesia ha perso circa 24 milioni di ettari di foresta tropicale: più di ogni altro paese al mondo. Dopo aver distrutto gran parte delle foreste pluviali di Sumatra e Kalimantan, l’industria dell’olio di palma sta ora avanzando verso nuove frontiere vergini, come Papua.
Lo rivela un’indagine di Greenpeace e a finire sotto la lente d’accusa dell’associazione ambientalista è ora un’azienda produttrice di olio di palma dalla quale si riforniscono marchi come Mars, Nestlé, PepsiCo e Unilever.

L’olio di palma per le grandi industrie dolciarie

L’olio di palma ha caratteristiche che lo rendono apparentemente indispensabile per le industrie dolciarie (la Nutella Ferrero ne sà qualcosa) ma anche per quella cosmetica, le lavorazioni da forno, la produzione di bio diesel e di elettricità.
La deforestazione comporta anche la massiccia perdita di ettari ed ettari di quella che è la vera “casa” di una specie ormai dichiarata in via d’estinzione: l’Orangutan.
L’orango è tipico della Malesia e dell’Indonesia ed è considerato “in pericolo critico” dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN). La popolazione di queste grandi scimmie è quotidianamente decimata dai cacciatori o dagli agricoltori, che le uccidono a colpi di machete quando si avventurano nelle piantagioni.
Gli incontri tra persone e oranghi avvengono spesso perché la deforestazione selvaggia, praticata per far posto alla palma da olio, priva delle fonti di sussistenza gli animali.
Qui sotto lo straziante video che mostra l’incontro tra un esemplare adulto della specie ed un bulldozer. L’animale è completamente impotente di fronte alla crudeltà umana.

 

Da dicembre 2015 un decreto dell’Unione Europea ha imposto l’obbligo di denunciare la provenienza di oli/grassi utilizzati nei prodotti alimentari come norma a tutela del consumatore.
Ad oggi, tutte le maggiori industrie si sono già adeguate alla normativa ed è davvero semplice scegliere di non contribuire a questa tragedia ambientale.